Esclusiva, Hübner: "Il Milan ha giocato bene, non ho visto la vera Inter"

Dario Hübner è uno di quei calciatori che hanno lasciato un segno indelebile nel calcio italiano, pur senza giocare nei cosiddetti top club. Soprannominato “Tatanka”, è stato uno dei centravanti più prolifici e amati, capace di conquistare il titolo di capocannoniere in Serie C1, Serie B e Serie A. La sua carriera è legata soprattutto alle maglie di Cesena, Brescia e Piacenza, con cui nel 2001/02 vinse la classifica marcatori della massima serie a 35 anni, a pari merito con David Trezeguet. Un bomber d’altri tempi, che ha fatto del fiuto del gol, della concretezza e della determinazione i propri marchi di fabbrica. In questa intervista Hübner analizza la lotta scudetto, il momento di Inter, Milan e Juventus, la crescita del Como e le difficoltà delle piazze storiche, senza risparmiare considerazioni sul ruolo dei centravanti e sulla mancanza di spazio per i giovani attaccanti italiani.

Il Milan ha battuto l’Inter 3-1, segnando due gol nei primi dieci minuti e chiudendo i conti con una splendida punizione di Moreira. È una vittoria che ridimensiona l’Inter oppure i rossoneri sono davvero da scudetto?

Il Milan ha giocato bene, mentre l’Inter ha giocato malissimo. Non ho visto la vera Inter sabato. Il Milan ha fatto la sua partita, si è difeso bene e ha attaccato quando ne ha avuto la possibilità. Però, soprattutto, ho visto una prestazione dell’Inter che non è stata assolutamente all’altezza delle sue qualità.

L’Inter sta subendo molti gol, spesso andando sotto di due reti già nelle prime fasi della partita. È un problema che deve preoccupare Chivu? A cosa può essere dovuto?

Sono partite che a volte nascono così. Di solito, ogni domenica, può capitare di avere uno o due giocatori che non rendono al massimo. Sabato, invece, nell’Inter mi è sembrato che praticamente tutti e undici i giocatori fossero sottotono. Capita poche volte che un’intera squadra giochi così male, però quando succede è difficile non perdere.

La Lazio è prima da sola dopo la rimonta sul Cagliari, mentre la Roma ha travolto l’Udinese 5-2. Entrambe possono davvero lottare per lo scudetto?

Il campionato è lungo e ogni anno c’è sempre qualche sorpresa. La Lazio sta facendo benissimo, sta esprimendo un grandissimo calcio. Sono contento anche per Gattuso, perché mi sembra un allenatore molto preparato, che sta lavorando bene. Credo sia un ottimo condottiero. I giocatori lo seguono e lui riesce a trasmettere quella cattiveria agonistica che serve, quella che piace a me. La Lazio mi sta piacendo molto e, se oggi è in testa alla classifica, non è certamente per caso. La Roma è un altro discorso. Sappiamo che Gasperini, quando riesce a trasmettere la propria idea di gioco ai calciatori, dà qualcosa in più alla squadra. Lo abbiamo visto all’Atalanta e adesso sta facendo la stessa cosa a Roma. Credo che entrambe daranno molto filo da torcere all’Inter e al Napoli fino alla fine del campionato. Il Napoli, per il momento, è un po’ indietro, ma la stagione è ancora lunga e può rientrare anche il Milan.

La Juventus ha battuto il Napoli 2-0, ma senza entusiasmare. A decidere sono stati Alajbegović e Boga, non i centravanti. Spalletti può risolvere i problemi offensivi con questi giocatori oppure deve continuare a puntare su Kolo Muani e Woltemade?

Io credo che una squadra che vuole vincere lo scudetto o una coppa debba avere un attaccante capace di segnare venti gol a stagione. Se non ce l’hai, non puoi sperare sempre che siano gli altri giocatori a risolvere le partite. La Juventus ha vinto grazie ai centrocampisti e agli esterni, ma una squadra che punta davvero a vincere deve avere un centravanti che garantisca un certo numero di gol. È fondamentale.

Lei ha fatto la storia delle provinciali. Quest’anno Como e Frosinone stanno ottenendo ottimi risultati seguendo filosofie diverse. Si può ancora arrivare in alto senza investimenti milionari oppure il Como dimostra il contrario?

Il Como gli investimenti li ha fatti eccome, ma acquistando giocatori giovani. È una provinciale soltanto in apparenza, perché economicamente è una grande società. Ha scelto una strategia precisa: investire su giovani di qualità, valorizzarli e costruire una squadra competitiva. Ma non significa che abbia speso poco, perché i calciatori che ha acquistato sono costati parecchio. Per me il Como non è più una piccola realtà. È una squadra che può continuare a competere ad alti livelli, quest’anno gioca in Champions League e può tornare in Europa. Credo che il Como possa diventare quello che è stata l’Atalanta negli anni passati: una squadra considerata provinciale, ma con una qualità e un valore da grande club.

Dopo il tracollo del vecchio Brescia, cosa deve fare l’Union Brescia per riconquistare la fiducia dei tifosi e tornare nel grande calcio?

La fiducia dei tifosi, secondo me, ce l’ha già. Vedo che lo stadio è sempre pieno e che c’è un grandissimo amore verso la società e la squadra. Logicamente, però, bisogna anche vincere. Non è sempre facile, anche se economicamente la società sta investendo delle belle cifre. Spendere tanto non significa necessariamente ottenere risultati. A volte basta anche spendere qualcosa in meno, ma trovare i giocatori giusti. Mi auguro che questa possa essere una buona stagione per il Brescia e che riesca a raggiungere i risultati che tutti sperano.

Cristian Shpendi sta facendo molto bene in Serie B. Lo vede pronto per il salto in Serie A? E il Cesena può puntare almeno ai playoff per la promozione?

Shpendi sta facendo bene già da diversi anni. Anche quest’anno ha iniziato molto bene, però bisogna ricordare che tra Serie B e Serie A c’è un salto importante. Fare l’attaccante in Serie B è una cosa, farlo in Serie A è un’altra. È ancora giovane, può migliorare e deve crescere sotto alcuni aspetti, ma ha tutto il tempo per farlo. Mi auguro sinceramente di vederlo un giorno in Serie A. Per quanto riguarda il Cesena, il campionato di Serie B è lungo e stressante. Mi auguro che riesca a mettere insieme una serie di risultati positivi e a conquistare un posto nei playoff.

Lei è stato capocannoniere della Serie A con il Piacenza, che oggi gioca in Serie D. Perché piazze storiche come Piacenza, Brescia e Ancona sono finite così in basso?

È difficile da spiegare, però purtroppo è successo. A volte basta sbagliare alcune scelte, soprattutto nella costruzione della squadra, e poi sul campo ne paghi le conseguenze. Vincere in Serie C o in Serie D non è semplice. Non vinci soltanto perché hai un nome importante o una grande storia alle spalle. Vinci perché hai i giocatori giusti, che scendono in campo ogni domenica e riescono a ottenere risultati. Non sempre le squadre più blasonate riescono a imporsi. Devi avere una rosa costruita per quella categoria e un allenatore che la conosca bene. Soltanto così puoi pensare di vincere il campionato.

Lei purtroppo non ha mai avuto un’occasione in Nazionale. Oggi mancano davvero i grandi centravanti italiani oppure giocatori come Kean, Scamacca e Pio Esposito non vengono valorizzati abbastanza?

È un calcio diverso rispetto a quello di una volta. In passato c’erano tantissimi giocatori italiani, anche di livello nazionale, che trovavano spazio in Serie A. C’era molta più scelta. Oggi gli attaccanti italiani sono meno numerosi e giocano anche meno. Pio Esposito, per esempio, trova poco spazio, mentre Scamacca ha avuto parecchia sfortuna con gli infortuni. Una volta avevamo tanti centravanti tra cui scegliere, adesso sono pochi. Ma il problema parte anche dalle categorie inferiori. Guardo diverse partite di Serie C. Negli anni Novanta trovavi tantissimi italiani che potevano giocare, crescere e mettersi in mostra. Oggi, anche nelle piccole squadre di Serie C, capita di vedere rose composte per metà da stranieri. Così i giovani italiani fanno più fatica a trovare spazio e a maturare esperienza. Lo stesso discorso vale per la Serie B e, di conseguenza, diventa sempre più difficile arrivare in Serie A e dimostrare il proprio valore.

La Lazio di Gattuso vola, mentre l’Atalanta di Sarri fatica. Nel calcio di oggi conta di più l’organizzazione tattica oppure avere un attaccante capace di risolvere le partite?

Servono entrambe le cose. Io credo che avere un attaccante capace di segnare sia fondamentale, ma da solo non basta. Faccio sempre il mio esempio: senza i miei compagni non avrei fatto niente. Ci vuole il centravanti bravo, certo, ma serve anche un’organizzazione di gioco che lo metta nelle condizioni di arrivare in porta e segnare. Perché un attaccante può essere forte quanto vuoi, ma se non riceve palloni è difficile che riesca a fare la differenza. Mi viene in mente l’esempio di Higuaín. Al Napoli ha segnato tantissimi gol, alla Juventus ha continuato a segnare molto, mentre al Milan ha fatto una gran fatica. Non credo che Higuaín fosse improvvisamente diventato un giocatore finito. Semplicemente, al Milan faceva molta più fatica a trovare occasioni e a tirare in porta. Questo dimostra quanto sia importante il gioco della squadra per valorizzare un centravanti.

Un’ultima domanda: chi vincerà lo scudetto? L’Inter resta la sua favorita?

Credo che l’Inter sia ancora la squadra più forte. Però deve tornare a essere l’Inter che conosciamo, quella che gioca bene, prende pochi gol e riesce a controllare le partite. Ultimamente sta subendo troppe reti e si ritrova spesso a dover recuperare. Non è semplice rimontare ogni volta che scendi in campo. Se torna a essere la squadra che abbiamo conosciuto negli ultimi anni, sicuramente resta la favorita. Poi c’è la Roma, che sta facendo un gran campionato, e anche la Lazio credo che possa restare in lotta fino alla fine. Vedremo inoltre se Juventus e Milan riusciranno a recuperare quei quattro o cinque punti di distacco che hanno accumulato.

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