L'intervista a Maurizio Crosetti: "Per il mercato Leao e Vlahovic non sono campioni"
Maurizio Crosetti è una delle firme più autorevoli del giornalismo sportivo italiano. Editorialista de la Repubblica, da oltre trent’anni racconta calcio, tennis e i grandi eventi internazionali con uno sguardo che unisce competenza tecnica, cultura sportiva e attenzione ai cambiamenti della società. In questa intervista analizza la crisi del calcio italiano, il confronto con il modello vincente del tennis, il mercato delle big di Serie A e le principali protagoniste della nuova stagione, senza rinunciare a giudizi netti su Juventus, Inter, Milan, Como e sui grandi protagonisti dello sport mondiale.
L’Italia era assente anche questa volta al Mondiale, mentre tennis, volley, atletica e, in questi giorni, anche il nuoto continuano a produrre fuoriclasse. Si è detto che non è un problema di soldi, ma di idee. A un mese dall’ennesima delusione, cosa non ha ancora imparato la FIGC?
Non ha ancora imparato che non si costruisce il futuro tornando sempre sulle vecchie soluzioni. È vero che Roberto Mancini rappresenta un usato sicuro: lo considero un allenatore più affidabile di Andrea Pirlo, che mi sembrava un’ipotesi davvero troppo azzardata. Da questo punto di vista, meglio affidarsi a chi ha già dimostrato il proprio valore.
Detto questo, però, servirebbe qualcosa in più dell’usato sicuro. Il calcio vive dell’entusiasmo e della passione della gente. Continuiamo tutti ad aspettare con interesse l’inizio del campionato, ma oggi l’attenzione degli italiani è catturata anche da Sinner, da Kimi Antonelli in Formula 1 e da tanti altri sport. L’Italia è fuori da tre Mondiali consecutivi e, oltretutto, anche il nostro campionato è spesso poco entusiasmante. L’Inter è stata nettamente la squadra più forte, ma non si può dire che sia stata una stagione memorabile sotto il profilo dello spettacolo. Il panorama è cambiato e il calcio deve interrogarsi su questo.
Il tennis viene spesso indicato come modello da seguire. Cosa avrebbe dovuto copiare la FIGC, concretamente, dalla Federazione Italiana Tennis?
Più che copiare, bisogna imparare a progettare. Servono programmi seri che lavorino su un doppio binario: costruire il futuro senza dimenticare il presente. Non puoi limitarti a dire che tra dieci anni avrai una Nazionale forte, perché dopo tre Mondiali falliti il prossimo va assolutamente conquistato. Bisogna investire nelle scuole, nella formazione degli allenatori e, più in generale, negli insegnanti. Vale nello sport come nella società. Se punti sulla qualità dell’insegnamento e sull’educazione dei ragazzi, aumentano le probabilità di crescere persone e atleti migliori. Credo che la FIGC abbia trascurato questo aspetto per troppo tempo. C’è anche un fattore generazionale: i bambini giocano molto meno a calcio rispetto al passato. Molti frequentano scuole calcio a pagamento e non tutte le famiglie possono permettersele. Se diminuisce il numero dei ragazzi che giocano, inevitabilmente diminuiscono anche le possibilità di trovare nuovi campioni.
L’Argentina ha colpito per il suo atteggiamento difensivo, ai limiti del catenaccio anche nei momenti più difficili del Mondiale. È stata una scelta coraggiosa o avrebbe potuto proporre più gioco, considerando le qualità tecniche?
Sì, ma credo sia stata anche una necessità. L’Argentina non aveva la freschezza atletica per attaccare per novanta minuti contro certe avversarie. Un calcio propositivo richiede energie e loro, già all’inizio del torneo, non sembravano brillanti da quel punto di vista. In realtà credo che il percorso dell’Argentina sia andato persino oltre le aspettative. La Spagna, ad esempio, mi è sembrata decisamente più forte e pensavo che avrebbe chiuso la partita molto prima dei supplementari. A parte Messi, il portiere e pochi altri, il resto della squadra è composto da giocatori esperti, ma non più nel pieno della carriera.
Venendo alla Juventus, cosa pensa del mercato bianconero? L’investimento per Kolo Muani è stato eccessivo, considerando che arriva da una stagione da cinque gol?
Sì, non mi entusiasma. È un buon giocatore, ma non uno di quelli che cambiano da soli il destino di una squadra. Non lo ha fatto con la Francia, non lo ha fatto al Paris Saint-Germain e non lo ha fatto nemmeno nell’ultima stagione al Tottenham. Mi sembra un calciatore di buon livello, ma non un campione. La Juventus ha fatto i conti con il bilancio e ha scelto questa strada, però non credo che Kolo Muani possa rappresentare il salto di qualità definitivo.
Si parla anche di Reijnders, oltre a Kolo Muani e al giovane Alajbegovic. Possono cambiare il livello della Juventus?
Reijnders sì. È un giocatore di grandissimo spessore e potrebbe davvero modificare gli equilibri del centrocampo, forse dell’intera squadra. Su Alajbegovic c’è molta curiosità, ma bisogna andarci piano. Oggi basta un video di dieci minuti per trasformare un ragazzo in Garrincha, Cruijff o Zidane. Non funziona così. Mi ricordo anche Jonathan David: arrivava con filmati spettacolari e poi il campo racconta sempre un’altra storia. Detto questo, alla Juventus manca ancora un portiere e, secondo me, anche un centravanti d’area. Kolo Muani è un attaccante di movimento, mentre ci sono partite che si sbloccano semplicemente con un cross e un colpo di testa. Un giocatore di quel tipo lo vorrei sempre in rosa.
L’Inter resta la squadra da battere oppure Milan e Juventus possono colmare il divario?
Oggi direi ancora l’Inter. Era già la squadra più forte e, almeno sulla carta, continua a esserlo. Naturalmente il mercato è ancora aperto e ormai finisce addirittura dopo l’inizio del campionato, quindi è presto per giudicare. Però, allo stato attuale, considero ancora l’Inter la principale favorita allo scudetto.
Leão e Vlahovic hanno espresso la volontà di cambiare squadra, ma le offerte importanti non sono arrivate. Come interpreta questa situazione?
Evidentemente il mercato li valuta in modo diverso rispetto alla loro autopercezione e alle loro richieste economiche. Leão, al di là di qualche grande giocata e della stagione dello scudetto, si è un po’ perso. Vlahovic è un attaccante forte, ma anche molto emotivo e spesso condizionato dal carattere. Quando si parla di mercato internazionale bisogna ricordare che i grandi club non buttano i soldi dalla finestra. Entrambi appartengono alla categoria dei buoni giocatori, forse qualcosa in più, ma non a quella dei fuoriclasse. Capisco quindi che Milan e Juventus abbiano deciso di non assecondare determinate richieste.
In queste ore si stanno celebrando i funerali di Franco Baresi. Che ricordo conserva di lui?
Baresi era il simbolo di una squadra straordinaria, ma era anche l’esatto contrario dello spettacolo che il calcio stava diventando. Negli anni di Berlusconi il calcio si trasformava sempre più in show business, con gli elicotteri, gli eventi e tutto il resto. Baresi, invece, era semplicemente un calciatore. Un gigante, ma soltanto un calciatore. Gli bastava quello che faceva in campo. Anche dopo il ritiro non ha cercato i riflettori. Non è diventato allenatore, opinionista o personaggio televisivo. Era uno di quei campioni che, per usare una frase di Roberto Baggio, non sapevano nemmeno fare tre palleggi con le mani e sono in TV a pontificare. Per carattere, riservatezza e grandezza tecnica è uno dei più grandi calciatori della storia italiana.
Allegri ha scelto il Napoli. Sarebbe stato anche un candidato ideale per la Nazionale?
Napoli è un ambiente difficile, ma estremamente stimolante. Su Allegri pesa ormai l’etichetta del “risultatista”, ma la verità è che ha quasi sempre ottenuto grandi risultati. Non è uno di quelli che pensano di aver inventato il calcio. È pragmatico e credo che possa convivere meglio di altri, forse anche meglio di Conte, con una figura ingombrante come quella di Aurelio De Laurentiis.
Ha fatto discutere il nuovo regolamento del Como per gli abbonati: massimo tre assenze ingiustificate, altrimenti si perde l’abbonamento, e divieto di indossare maglie avversarie nei settori di casa. Che idea si è fatto?
Mi lascia molto perplesso. Qualche volta ci siamo lamentati anche dell’eccessiva permissività, ma qui mi sembra si esageri nel senso opposto. Una persona può saltare tre partite perché sta male, perché ha una bronchite o semplicemente per motivi personali. Se è il tifoso più fedele del Como, quello che segue la squadra da una vita, gli togli davvero l’abbonamento? Magari esistono eccezioni che non conosco, ma, per come è stata presentata la norma, mi sembra una serie di stupidaggini e anche un po’ di arroganza. Non mi piace per niente.
Gasperini riuscirà a confermare anche alla Roma quanto fatto negli ultimi anni?
Dal punto di vista tecnico non si discute. La vera incognita riguarda il contesto. Roma è una piazza molto complicata e la sfida, più che calcistica, sarà umana e caratteriale. Se riuscirà a gestire quell’ambiente, potrà fare molto bene.
La incuriosisce il nuovo Torino con il ritorno di Petrachi e la scelta di Abate in panchina?
Il Torino è un’incognita da parecchi anni. Vive stabilmente a metà classifica e i tifosi, comprensibilmente, vorrebbero qualcosa di più. Oggi mi sembra ancora una squadra destinata a salvarsi senza grandi problemi, ma non molto oltre. Naturalmente siamo a mercato aperto e i giudizi possono cambiare, ma questa è la sensazione attuale. Mi auguro sinceramente di essere smentito.
Jannik Sinner ha rinunciato al Masters del Canada per concentrarsi su Cincinnati. È la scelta giusta?
Assolutamente sì. Ha capito che bisogna dare priorità ai tornei davvero importanti. Non gli farei alcuna critica per questa decisione. Ha notato che il suo fisico può pagare qualcosa dopo un certo punto, e non ci vuole più arrivare.
Se dovesse scegliere un’immagine simbolo dell’estate sportiva 2026 tra il gol di Ferran Torres, le lacrime di Messi, il secondo Wimbledon di Sinner e la quinta maglia gialla di Pogacar, quale sceglierebbe?
Metterei in finale Pogacar e Sinner, ma sceglierei Sinner. Vincere Wimbledon per la seconda volta, alla sua età, è qualcosa che fino a pochi anni fa non avremmo nemmeno immaginato. Sta facendo cose che, nella storia dello sport italiano, forse non ha fatto nessuno. Non abbiamo ancora piena consapevolezza della sua grandezza, ma Sinner rischia davvero di diventare il più grande atleta italiano di sempre. E scusate se è poco.