L'intervista a Zibi Boniek: "Harakiri Juve, la Roma ha colto l'attimo"

Campione con la Polonia negli anni d’oro e protagonista del calcio italiano con la Juventus e la Roma, oltre a una lunga esperienza da dirigente UEFA, Zbigniew Boniek analizza l’attualità del calcio mondiale e italiano. Dai Mondiali 2026 all’assenza degli Azzurri, fino alla corsa Champions, al progetto Como e al futuro del calcio europeo.
Vorrei partire dall’attualità. Italia e Polonia sono accomunate dall’assenza ai Mondiali. Ci sono analogie nelle ragioni di questa mancata qualificazione?
Direi che non sono soltanto Italia e Polonia a mancare, ma è chiaro che, per la loro storia, entrambe lasciano un vuoto. La Polonia in passato ha ottenuto risultati importanti, mentre dell’Italia c’è poco da aggiungere: è una delle nazionali più prestigiose del calcio mondiale. La loro assenza pesa sia ai tifosi polacchi sia a quelli italiani. Però ormai piangere sul passato non serve: bisogna capire cosa non ha funzionato e migliorare in futuro. Un Mondiale senza l’Italia è inevitabilmente più povero, e anche la Polonia avrebbe potuto fare molto di più.
C’è poi un altro aspetto da considerare: non qualificarsi significa perdere introiti, sponsor e opportunità economiche per la federazione. Per questo continuo a pensare che gli spareggi dovrebbero disputarsi su andata e ritorno e non in gara secca. Con il formato attuale il sorteggio pesa tantissimo. La Polonia ha perso 3-2 in Svezia prendendo gol nel finale: con il ritorno in casa avrebbe avuto molte più possibilità. Lo stesso vale per l’Italia: con due partite contro la Bosnia-Erzegovina, secondo me oggi sarebbe agli ottavi di finale.
Il Mondiale sta entrando nel vivo. Cosa pensa del nuovo format e chi vede favorito per la vittoria finale?
Chi vincerà è impossibile dirlo. Argentina, Brasile e Francia sono sempre tra le favorite ad un Mondiale. Germania e Olanda sono appena uscite, mentre io continuo a considerare Norvegia e Marocco due possibili outsider. Possono vincere almeno sette o otto squadre. Quanto al format, ormai siamo arrivati a 48 nazionali. Più che una Coppa del Mondo, a volte sembra un “Festival del calcio”, perché non partecipano soltanto le migliori squadre del pianeta, ma le migliori di ogni continente. Detto questo, quando si arriva alla fase a eliminazione diretta restano comunque le nazionali più forti.
Quindi anche i nuovi format, come quello della Champions League, stanno funzionando?
Secondo me sì. Il nuovo format di Champions League, Europa League e Conference League funziona molto bene. All’inizio c’era qualche dubbio, ma si è rivelata una scelta interessante. Naturalmente dietro c’è anche un’importante componente economica, tra diritti televisivi e ricavi, ma dal punto di vista sportivo il risultato è positivo.
Questo potrebbe portare a un ulteriore allargamento delle competizioni?
Ho sentito parlare persino di un Mondiale a 64 squadre. Personalmente continuo a preferire il format con 32 nazionali. Poi, se si vuole arrivare a 48 o addirittura 64, cambia relativamente poco dal punto di vista organizzativo. Ma, per quanto mi riguarda, il Mondiale dovrebbe restare una competizione riservata alle migliori 32 squadre.
Passiamo alla Juventus. I bianconeri sembrano molto attivi sul mercato dopo aver affidato la guida dell’area sportiva a Giovanni Carnevali. È l’uomo giusto per ripartire?
In questo periodo seguo quasi esclusivamente i Mondiali. Durante l’estate preferisco staccare dal calciomercato e non seguire da vicino quello che succede nei club, quindi non mi sento di esprimere un giudizio.
Secondo lei qual è stato il problema della Juventus nella scorsa stagione? Si è fermata proprio nelle ultime giornate.
Preferisco non entrare troppo nell’analisi. Posso solo dire che la Juventus si è praticamente autodistrutta nelle ultime due o tre partite: fino a quel momento aveva la qualificazione in Champions League nelle proprie mani. Nel calcio succede spesso che squadre favorite falliscano proprio sul traguardo. È quello che è accaduto ai bianconeri.
E la Roma?
La Roma è stata brava ad approfittarne. Se la Juventus non avesse perso quei punti nelle ultime giornate, probabilmente i giallorossi sarebbero rimasti fuori dalla Champions. Mi ricorda quanto accadde nel campionato 1985-86, quando giocavo nella Roma: perdemmo lo scudetto contro il Lecce e la Juventus ne approfittò. Il calcio è pieno di episodi del genere. La Roma ha disputato un buon campionato con Gasperini e la qualificazione in Champions impreziosisce ulteriormente la stagione.
Che idea si è fatto del progetto Como?
Mi piace molto. È una società che non ha una tradizione paragonabile alle grandi del calcio italiano, ma è gestita con grande competenza. La qualificazione in Champions League è un grande successo. La proprietà ha risorse importanti ma investe con criterio. Fabregas mi piace come allenatore e sta facendo un ottimo lavoro. Il Como rappresenta una realtà nuova che può solo fare bene al calcio italiano.
Vorrei chiederle anche un parere su un suo connazionale, Adrian Przyborek, classe 2007 arrivato alla Lazio.
L’ho visto giocare nel Pogon Stettino. È un ragazzo interessante e di qualità, anche se personalmente lo considero soprattutto un investimento per il futuro. Mi ha sorpreso vederlo impiegato così poco finora, ma probabilmente aveva bisogno di tempo. Vedremo se resterà in rosa o andrà a giocare in prestito. Ha talento, ma credo non fosse ancora pronto per essere titolare in Serie A.
Si è divertito di più da calciatore o da dirigente UEFA?
È una domanda quasi provocatoria… sicuramente da calciatore. Quando giochi vivi tutto in prima persona: la gloria, i tifosi, le emozioni. Da dirigente lavori dietro le quinte e i risultati del tuo lavoro li raccolgono soprattutto gli altri. Fare il calciatore resta una delle esperienze più belle che possano capitare.
Chiudiamo con un ricordo. Qual è l’immagine più bella che conserva del Mondiale di Spagna 1982?
Direi le vittorie contro Perù e Belgio, che ci spalancarono le porte della fase finale, e soprattutto il successo sulla Francia ad Alicante nella finale per il terzo posto. Quella vittoria ci fece entrare nella storia del calcio polacco.